Minerva

Fare il papà oggi

Luglio 5th, 2007 by minerva

Cari genitori, oggi voglio focalizzare la vostra attenzione sulla figura del papà e del rapporto che instaura con i suoi figli. Tutto quello che dirò circa la relazione padre-figlio verrà estrapolato da ricerche che sono state fatte nell’ambito della teoria dell’attaccamento, che studia il legame che si crea tra il bimbo e i suoi caregivers ( coloro che si prendono cura del bimbo , come i genitori, i nonni, gli insegnanti , etc.) . 

Una delle maggiori omissioni nell’ambito della teoria dell’attaccamento è la scarsa attenzione dedicata al ruolo del padre.  Nonostante alcuni studi abbiano dimostrato che i padri si rivelano figure di attaccamento competenti, anche se a volte poco partecipi, vi è ancora molto da indagare riguardo l’attaccamento verso la figura paterna.

Nella ricerca di Schaffer ed Emerson (1964), all’inizio del legame di attaccamento la madre è sicuramente la figura selezionata dal bambino con maggiore frequenza, anche se è evidente l’importanza rivestita dagli altri caregivers, e in particolare dal padre.  Mentre all’inizio solo il 30% dei bambini hanno sviluppato una relazione di attaccamento con la figura paterna, all’età di 18 mesi il valore ottenuto è del 75%.

Anche se nella maggioranza dei casi la relazione di attaccamento più intensa è quella madre-bambino, il padre può diventare il caregiver verso il quale il piccolo direziona l’attaccamento, anche nel caso in cui è disponibile solo per parte della giornata. Inoltre, il padre possiede la stessa capacità della madre di somministrare le cure parentali.

La scelta del padre come una delle principali figure di riferimento è determinata sia dalla sensibilità alle richieste infantili, sia dalla presenza di un’interazione giocosa e positiva di cui il bambino è il principale protagonista. Il caregiver che sa stimolare piacevolmente il bambino e lo sa far divertire viene cercato dal piccolo, che ne sentirà la mancanza, quando non sarà presente.

Alcuni studi hanno indagato se i processi interattivi, determinanti per lo sviluppo di una relazione di attaccamento sicura con la madre, siano efficaci anche nei casi in cui la figura di attaccamento principale è il padre.

A questo proposito, alcuni studiosi hanno dimostrato che bambini di 3 mesi che interagiscono con padri sensibili e attenti ai loro bisogni, manifestano maggiore sicurezza con la figura paterna, 9 mesi più tardi. 

In questi ultimi decenni abbiamo quindi assistito ad una rivalutazione del ruolo dei papà nell’educazione e nell’accudimento dei figli: sempre più spesso i mariti si alternano alle mogli  e si assiste ad una salutare interscambiabilità degli ruoli.

Ecco alcuni consigli per vivere la meglio il rapporto padri-figli:

·        Dedicare ogni giorno attenzione ai propri bimbi, attraverso giochi , letture , uscite al parco, etc.

·        Coccole, baci, gesti di affetto: i bambini hanno bisogno di contatto fisico  poiché dà loro sicurezza e serenità. Attenzione a non essere invadenti però: le coccole vanno date quando il bimbo le richiede!

·        Parlare con i vostri figli delle loro ansie, di ciò che fate durante la giornata o di ciò che fanno loro. E inoltre, ascoltare con attenzione ciò che i bambini ci dicono con le parole e con i loro comportamenti.

·        Se i genitori sono separati , non parlare mai male del coniuge davanti ai figli.

·        I genitori devo essere concordi sulle regole di condotta da far rispettare ai figli: avere comportamenti opposti confonde il bambino e sminuisce l’autorità del genitore che è stato smentito dalla condotta opposta del coniuge.

·        Se avete degli orari lavorativi impossibili, organizzatevi in modo da passare lo stesso un po’ di tempo con i vostri figli. Il tempo passato lontano da loro non ve lo rende nessuno, e una volta che sono cresciuti non si può tornare indietro.

·        Le vacanze sono un momento importante da dedicare ai figli senza problemi di orario e di stress : sfruttatele!

Dott.ssa Caraccio Elena

Psicologa clinica

caraccio@psichehelp.com

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Lo spazio personale

Febbraio 25th, 2007 by minerva

Alla nascita , il bimbo non presenta alcuna distanza personale,il suo rapporto con la madre è caratterizzato dal continuo contatto fisico con lei. Il neonato non possiede un’immagine distinta del Sé,ma questa immagine viene riflessa dalla madre, che è un elemento indispensabile nella  costruzione della sua identità . Gradualmente , dalla fusione iniziale emerge la differenzazione di cui lo spazio personale può essere considerato allo stesso tempo conseguenza e causa. verso i tre anni il bimbo ha acquisito una distanza personale verso gli adulti, mentre questa distanza viene meno nei confronti dei coetanei. Le esperienze di relazione con i pari, unitamente all’esperienza di vita personale, aiutano il bambino a costruirsi un modello mentale di spazio interno.
Sembra che la distanza personale e l’identità sessuale siano strettamente collegati tra loro, poiché la distanza personale comincia ad evidenziarsi nell’età in cui nel bambino sono in atto i processi di identificazione e acquisizione delle caratteristiche, attribuite dal ruolo sessuale.
Nell’adolescenza, il definirsi dello spazio personale raggiunge la sua completezza, in concomitanza con la formazione dell’identità del soggetto attraverso il confronto con i famigliari, i pari, gli adulti e la società in generale.
Lo spazio personale è la distanza in   termini spaziali, che ogni individuo frappone tra sé e gli altri individui; il suo annullamento o la sua forte diminuzione provocano una serie di meccanismi riequilibratori. Esistono precisi rapporti tra spazio e comportamento. Ogni corpo si colloca nello spazio e ne occupa una certa parte, muovendosi, assumendo una determinata posizione e orientazione, mettendosi in relazione con gli altri individui. Hall  ha coniato nel 1966 il termine prossemica per delineare quest’aerea di interesse.
Negli animali la distanza individuale si riferisce ai concetti di territorialità e di gerarchizzazione indispensabili per la sopravvivenza  dell’esemplare stesso e della specie , e anche per la convivenza tra i componenti d uno stesso branco. Inoltre negli animali si riscontra la distanza sociale: cioè lo spazio esistente tra l’esemplare e il resto del gruppo, superato il quale si perde il contatto fisico e psicologico con il branco, e di conseguenza si perde la sicurezza.
Nell’uomo, quando si parla di spazio personale si fa riferimento sia allo spazio fisico, sia al piano simbolico : esso costituisce in effetti una sorta di manifestazione sul piano fisico dell’identità e degli aspetti che di questa fanno parte , quali i valori, le credenze, la opinioni, le aspirazioni.
Le distanza che l’individuo frappone tra sé e gli altri varia a seconda delle intenzioni del singolo e delle circostanze del momento .Si possono individuare nell’uomo  cinque diversi tipi di  distanza che egli assume in diverse situazioni .
 

DISTANZA MINIMA
Il contatto fisico è preminente , come nell’accoppiamento , nell’allevamento,nella lotta o nella protezione dell’altro. La zona intima è  identificabile con lo spazio immediatamente circostante il corpo, implica intimità e fiducia.
 
DISTANZA PERSONALE
Il contatto fisico è possibile ma non intenso né necessario, come in un incontro con un amico. La zona personale è definita dal confine segnato dal braccio proteso, la cui invasione non desiderata può provocare disagio e malessere.
DISTANZA SOCIALE
Non vi è contatto fisico e il comportamento è definito dalle regole culturali, come in un rapporto d’affari o di lavoro. La zona sociale è riservata agli incontri formali o di lavoro.
DISTANZA PUBBLICA
È lo spazio che si frappone tra la nostra persone e coloro che per noi sono estranei. La zona pubblica caratterizza le occasioni pubbliche o le conferenze.

Da alcune ricerche effettuate , si è evidenziato che soggetti con una buona autostima avvicinano gli altri maggiormente: l’autostima e l’immagine positiva di sé sono direttamente proporzionali alla vicinanza con l’altro. Coloro che hanno poca fiducia in sé e sono molto autoritari mantengono distanze ampie.
Inoltre, chi ha fiducia negli altri tollera distanze più ravvicinate rispetto a chi è molto diffidente. In generale le persone tendono a stare vicine o ad avvicinarsi a quelle per cui provano attrazione e simpatia. Non è però scontato che questo atteggiamento provochi una risposta analoga da parte degli altri: ad esempio, l’eccessiva vicinanza fisica, avvertita come un’invasione, può provocare reazioni di allontanamento.
Pertanto si può pensare che persone che mantengono una distanza molto ampia o molto stretta possono differire nella rappresentazione dell’immagine che hanno di sé , della propria realtà fisica , delle proprie capacità e della propria sicurezza.
Non si deve dimenticare che la concezione di spazio personale è diversa a seconda della cultura di provenienza del soggetto e dei valori morali e sociali di riferimento. Ad esempio, gli arabi stanno generalmente molto vicini tra loro, mentre gli europei e gli asiatici si situano oltre la lunghezza del braccio.
La distanza tra gli individui è definita anche dall’angolazione secondo cui si situano nello spazio,dall’orientazione del corpo. L’orientazione fianco a fianco è assunta da persone che hanno un certo grado di intimità o di amicizia, quella frontale nelle situazioni più formali, com i rapporti di lavoro. Ancora, il corpo può assumere diverse posture, a seconda della posizione del capo, delle braccia, del tronco e delle gambe. Ad ogni postura si può attribuire un significato facilmente decodificabile.
Dominanza e stato sociale si esprimono con una postura eretta, le mani sui fianchi, il capo all’indietro; sottomissione abbassando lo sguardo e la testa.  Di frequente, durante l’interazione è possibile osservare la tendenza da parte degli interlocutori a imitare la postura dell’altro. 
Considerando le differenze tra il genere maschile e femminile nell’uso dello spazio personale si può affermare che : a) le donne tollerano maggiormente il contatto fisico rispetto ai maschi, b) dal punto di vista culturale alle donne viene concessa un’interazione fisica ravvicinata, c) quando le donne si sentono osservate, o giudicate o hanno paura stabiliscono una distanza maggiore rispetto agli uomini, d) quando la donna si avvicina ad un individuo tende a mantenere una distanza maggiore rispetto ad un uomo,mentre quando un soggetto si avvicina a lei , permette un avvicinamento più elevato di quello concesso da un maschio.
Per quanto riguarda il versante cognitivo sembra che chi si avvicina di più agli altri possiede maggiori capacità a livello  probabilistico di mentalizzazione,di accettare situazioni nuove e mutevoli, di tollerare cioè situazioni ambigue.
Riassumendo le caratteristiche personali che contraddistinguono il soggetto che si pone spazialmente in prossimità degli altri sono: maggiore sicurezza,identità più evoluta,maggiore autonomia cognitiva , capacità di apertura verso le novità .
Acquisire un buon concetto di distanza personale non significa rifiutare la relazione, ma impegnarsi in un rapporto più consapevole, in cui è pienamente riconosciuta la figura  e il ruolo dell’altro. La differenziazione diventa separazione ,solo se invece di costruire un rapporto più maturo,diventa una barriera difensiva eretta da chi ha difficoltà nella relazione sociale.

Dott.ssa Caraccio Elena

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Il bisogno di contatto

Febbraio 25th, 2007 by minerva

Anche senza arrivare ai casi estremi di morte per marasma riferiti da Spitz, la disattesa dei bisogni affettivi, che vanno dall’espressione delle emozioni, al contatto fisico ed emotivo, può portare a disturbi, sia mentali, sia organici. Di fronte alla frustrazione di tali bisogni la risposta più frequente nella nostra società sembra essere il ricorso alla malattia.
 Sembra verosimile l’ipotesi secondo cui nella nostra società la somatizzazione sia diventata il mezzo attraverso cui comunicare i propri problemi esistenziali. Infatti, mentre è possibile ignorare una persona che ci parla dei suoi disagi, una crisi di pianto o acuti dolori fisici, nella loro drammaticità, impongono una reazione nelle persone vicine. E’ proprio nella capacità di suscitare questa reazione, segno di interesse e di affetto, il valore della somatizzazione, che permette, così, di stabilire un contatto altrimenti difficile: “In una società che accetta le malattie dell’organismo, ma molto meno i problemi dell’esistenza, l’unica via praticabile resta quella di esprimere in termini di malattia somatica i propri problemi personali; (…). Là dove i bisogni esistenziali dell’individuo sono in conflitto con i valori riconosciuti dalla società, la somatizzazione è spesso l’unica via d’uscita” (Galimberti U., 1983, pp.178).
In base alle osservazioni di Spitz sui neonati privati di cure manuali e sulla loro conseguente morte ed alle ricerche sull’isolamento sensoriale e sociale che può portare a turbe mentali e organiche almeno temporanee, Berne ha sviluppato il concetto di “fame di stimoli”. Tra le forme di stimoli particolarmente desiderate, Berne (1989) indica quelle relative all’intimità fisica.
Anche esperimenti sugli animali evidenziano la funzione fondamentale dello scambio fisico. Gli esperimenti di Harlow con le scimmie o esperimenti sui ratti in laboratorio sembrano portare alla stessa conclusione: la stimolazione cutanea è indispensabile per un sano sviluppo psico-biologico.
Liss ha dedicato un intero capitolo al “bisogno di abbracci”. In queste pagine illustra i benefici apportati dall’abbraccio, ipotizza alcune spiegazioni fisiologiche del perchè abbracciarsi abbia un effetto così vivificante. Secondo l’autore ,è auspicabile che venga distrutta la barriera che in molte famiglie viene posta contro il contatto fisico per ignoranza dei bisogni fisico-emotivi: “Il terapeuta che pratica terapie corporee può osservare come il suo lavoro mette in evidenza il bisogno di contatto corporeo per sciogliere un’angoscia emotiva. (…). Senza un abbraccio confortante non si verifica il processo di rinnovamento dell’energia che elimina il malessere emotivo. L’abitudine a scambiarsi questo tipo di abbraccio non ha ancora trovato posto nell’ambiente familiare, dove potrebbe essere notevolmente utile” (Boadella D.,Liss J., 1986, p.155).
L’importanza di un contatto autentico, di cui l’aspetto fisico non è che una parte, è sottolineata anche dalla psicologia umanistica .
Il bisogno di affiliazione corrisponde al bisogno di creare una condizione di vicinanza con altre persone e di ricercare l’appartenenza a un gruppo.La vicinanza dell’altro avrebbe lo scopo di ridurre l’ansietà e di confrontare le proprie emozioni. L’origine di questo bisogno può essere ricercato nell’attaccamento infantile che riguarda la necessità presente alla nascita di stabilire un legame con la madre e con gli altri caregivers.
Secondo Maslow (1954), il bisogno di contatto, di affetto e di appartenenza nascerebbero dalla frustrazione causata dalla crisi della famiglia, dai processi di urbanizzazione selvaggia, dalla conflittualità generazionale e da un diffuso individualismo.‿Senza affetti noi viviamo nel  mondo come fantasmi.Il sentimento che permette al bambino di crescere è il sentirsi pensato, una sensazione estremamente appagante anche da adulti.E’ il pensiero della madre a proteggere il bambino dalla sofferenza psichica, ma anche dalle malattie e dagli incidenti.Se il senso di appartenenza viene meno scivoliamo verso situazioni di deprivazione che determinano l’insorgere del disturbo nevrotico‿( p.89)
Il bisogno di affiliazione si manifesta anche nella tendenza riscontrabile nei bambini dai due anni, ad attuare nei confronti dei coetanei un comportamento prosociale , una condotta volta all’aiuto reciproco e alla condivisione di esperienze o sofferenze, che negli adulti si articolerà poi nella ricerca attiva di compagnia, nell’attitudine alla collaborazione e all’empatia (cioè la capacità di assumere il punto di vista degli altri) . In particolare, le prime relazioni preverbali tra madre e bimbo , e le prime battaglie tra il bisogno di gratificazione e la capacità di attesa, costituiscono gli organizzatori esterni di quella che sarà la comprensione empatica, la simpatia e l’altruismo. Infatti, la madre buona sviluppa la disposizione empatica che è il vero e proprio anticipatore delle capacità di imitazione,di identificazione e di interiorizzazione.
Per un soggetto adulto il bisogno di affiliazione diventa attaccamento reciproco, cioè il bisogno di una qualche forma di contatto umano. Le persone ricercano la vicinanza degli altri per diversi motivi : a) come forma di stimolazione (per vincere la noia, per divertirsi, per sentirsi meno soli, etc.), b) come appoggio quando hanno bisogno di conferme o di approvazione, etc. Purtroppo,tali bisogni sono riconosciuti in maniera abbastanza intuitiva e pochi ricercatori hanno avvertito l’esigenza di eseguire studi approfonditi sull’argomento.
Si può comunque affermare che il Sé è il risultato di un processo dinamico, di un continuo riassestamento tra la validazione che gli altri ci rimandano della nostra separatezza , individualità e autonomia  e la nostra elaborazione socio-cognitiva che risente in massima parte del nostro bisogno di affetto, di avere una copertina protettiva e accudente che ci conforti nei nostri molteplici sforzi
In conclusione si può affermare che il corpo media lo sviluppo socio-psico-biologico dell’individuo, in quanto tale sviluppo si fonda, dalla nascita fino alla morte, sulla corporeità, quindi anche sul contatto corporeo.
Dott.ssa Caraccio Elena

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Massaggio infantile: linguaggio d’amore

Febbraio 25th, 2007 by minerva

Il massaggio infantile: linguaggio d’amore
  Il massaggio infantile  fa parte della  categoria del  linguaggio non verbale e promuove il  contatto corporeo, che è la forma più antica di comunicazione sociale.
Il cervello umano ha la funzione di ricevere messaggi dalla superficie del corpo. Il contatto corporeo stimola diversi tipi di recettori sensibili al tatto, alla pressione, al caldo ,al freddo o al dolore.Attraverso il   tatto si comunicano i principali tipi di atteggiamenti interpersonali. Si può toccare o essere toccati: il primo è una specie di esame esplorativo, il secondo  è la ricezione di segnali da parte di un agente esterno.
Toccare un’altra persona diventa una specie di rapporto attivo doppio, nel senso che ognuno è sensibile all’altro. Il toccare crea una maggiore intimità e provoca un aumento dell’eccitazione emotiva, ma l’esatto significato di un particolare modo di toccare dipende dalla cultura e viene appreso. La qualità e il tipo di contatti corporei che si verificano dipende, in gran parte, dall’età, dal sesso e dalle relazioni sociali delle persone.
Il massaggio corporeo promuove uno stato di benessere psico-fisico ed emotivo, stimolando le funzioni vitali come la respirazione, la circolazione, le difese immunitarie, il sistema nervoso. La finalità di questa pratica è quella di insegnare al nostro corpo  a rispondere alle situazioni di stress con il rilassamento.
Imparare a massaggiare il neonato significa ascoltarlo, proteggerlo, rispettarlo, attivare un dialogo affettivo, cogliere l’importanza del legame di attaccamento (bonding), rispondere al suo bisogno di amore, stimolarne la crescita e promuoverne la salute.I genitori che praticano il massaggio infantile ai loro bimbi possono utilizzarlo: a)  per comprendere i messaggi, non sempre chiari dei loro bimbi, b) per rinsaldare, approfondire e riequilibrare la relazione genitori-figli.
È noto che i primi contatti modellano, plasmano e caratterizzano il modo di sentire, di pensare e di comportarsi del bambino nel corso della sua vita.Il massaggio infantile promuove attivamente lo sviluppo equilibrato del bambino nelle varie fasi evolutive, è un percorso educativo che offre una preziosa opportunità di crescita sia per il bambino che per il genitore.
Il massaggio infantile è comunicazione corporea, epidermica, di contatto diretto che si rivela di fondamentale importanza principalmente nel primo anno dopo la nascita del bambino che proprio dal toccare e dall’essere toccato riceve tutta una serie di informazioni che lo guidano nello sviluppo della sua personalità.
Winnicott è uno dei maggiori sostenitori  dell’importanza del contatto fisico per lo sviluppo della persona. In effetti nel bambino cure fisiche e cure psicologiche sono strettamente collegate: le cure che il bambino riceve ed a cui abbiamo accennato, per quanto sembrino riguardare unicamente i suoi bisogni fisici, in realtà appagano anche bisogni psico-affettivi del neonato.
A questo proposito,  Bowlby sottolinea l’importanza del contatto fisico tra bimbo e caregiver, con questa affermazione :’’Dire che un bambino è attaccato a, o dire che ha un attaccamento con, equivale a dire che egli è fortemente predisposto a ricercare la vicinanza e il contatto con una specifica figura di attaccamento e fa ciò in particolari situazioni più specificamente quando si sente angosciato, spaventato, stanco o malato’’ 
Nell’ambito della relazione di attaccamento, l’adulto offre la sua disponibilità affettiva ed emotiva, mentre il bambino può ricercare la vicinanza, il contatto fisico o conforto, quando ne sente la necessità. La relazione instaurata dal bambino con la madre e le altre figure di riferimento avrà una grande influenza sul suo futuro sviluppo, poiché questo legame costituirebbe il prototipo su cui verrebbero costruite le relazioni future .
Attraverso il  massaggio infantile, si privilegia l’ascolto e l’attenzione, e chi massaggia trasmette attraverso il suo tocco i suoi sentimenti d’amore e di tenerezza. E’ un mezzo per dare e ricevere.
Nel massaggio infantile si ritrovano diverse tecniche : il massaggio indiano rilassante, massaggio svedese stimolante,la riflessologia (mani, piedi), lo yoga (addome in particolare).
La nostra “memoria corporea” custodisce l’esperienza del massaggio come contatto profondo con se stessi e con gli altri,  e ci viene in aiuto soprattutto nelle situazioni di stress, ma anche nella vita quotidiana.
Il massaggio infantile : a) si può praticare il massaggio corporeo sin dal primo mese di vita del bimbo e può proseguire per tutta la vita, b) se viene utilizzato in situazioni delicate  (es.: presenza di un solo genitore, adozione, affidamento, bambini maltrattati…) consente un contatto positivo e rassicurante,c)  fa nascere nel bambino un sentimento di forza, e una maggiore fiducia nel Sé e nella realtà circostante.
Inoltre nei bimbi piccoli , il massaggio viene utilizzato: a)  per alleviare le coliche dei neonati, i disturbi delle vie respiratorie, b) per instaurare una relazione più profonda tra bimbo e genitori, anche laddove non sia possibile l’allattamento al seno, c) per aiutare il piccolo a prendere coscienza del suo corpo.
Laddove ci si trova di fronte ad una disabilità infantile , il massaggio corporeo viene considerato una forma di comunicazione alternativa , caratterizzata dalla presenza di maggiori benefici fisiologici per il bimbo e dallo sviluppo dell’interazione genitore-bambino.
Durante il massaggio , il genitore comunica con il bimbo non solo con il tatto ma con lo sguardo , con la voce, e dovrebbe essere portatore di un messaggio d’amore che viene recepito intimamente e profondamente dal piccolo. Utilizzando le parole di  Frèdèrick Leboyer ” …con il neonato bisogna parlare il suo linguaggio. Il linguaggio anteriore alle parole. Occorre trovare la lingua universale. Occorre parlare d’amore”.
Il tipo di massaggio varia a seconda delle età infantile :
1)                Dai 12 mesi in poi, il il bambino incomincia a “gattonare”, e massaggiarlo diventa difficile  ,ma non impossibile. Si deve aggiungere alle teciniche di massaggio utilizzate finora canzoncine, filastrocche e adattarsi ai movimenti del bimbo. A volte capita che il biombo rifiuti il massaggio, in questi casi non si deve forzare la sua volontà e bisogna aspettare che sia lui a richiedercelo.
2)                Dai tre anni la caratteristica del messaggio infantile accentua la sua parte ludica : si trasformare il massaggio in un gioco di gruppo.
3)                Dai 6 anni, il massaggio assume un’ importante funzione riequilibratrice e antistress: è un importante momento di relax per il bambino.
4)                Durante l’adolescenza, il massaggio è un modo delicato per entrare in contatto con un ragazzo che affronta importanti cambiamenti a livello livello fisico , psichico ed emotivo.
 

                                                               Dott.ssa Caraccio Elena
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La mamma e il suo bambino

Settembre 11th, 2006 by minerva

Winnicott (1985) ha descritto ampiamente l’importanza della relazione madre - bambino. Nella sua teoria dello sviluppo emozionale del neonato, egli individua tre “tappe”, non necessariamente consecutive, che il bambino raggiunge grazie anche alla presenza della madre. Vediamole molto schematicamente.
1)    La tappa dell’”integrazione”: è quella in cui le varie componenti somatiche e psichiche del bambino convergono in un Sè unitario. Due fattori contribuiscono all’integrazione:    Â
a)    le esperienze istintuali provenienti dall’interno che tendono a riunire in un tutto unico i tratti di personalità ;
b)    la funzione materna del “contenimento”, cioè le cure che la madre fornisce al figlio, sia per proteggerlo da eventi traumatici che interromperebbero la sua continuità di esistenza, sia per soddisfare i bisogni del neonato.
2)Â Â Â Â La tappa della “personalizzazione” : consiste nello sviluppo del sentimento che si ha della propria persona nel proprio corpo.Anche al conseguimento della personalizzazione contribuiscono due fattori:
a)Â Â Â Â le esperienze istintuali provenienti dall’interno;
b) la “manipolazione”, cioè il “maneggiare” il bambino ed il suo corpo come  formanti un’unità .
3)    La tappa dell’”adattamento alla realtà “ :si raggiunge gradualmente dopo la primitiva relazione d’oggetto ed il vissuto di onnipotenza del bambino, cui corrisponde la funzione materna dell’offerta d’oggetto.
Da quanto scritto circa il pensiero di Winnicott (1973) emerge sicuramente l’importanza del contatto fisico per lo sviluppo della persona. In effetti nel bambino cure fisiche e cure psicologiche sono strettamente collegate: le cure che il bambino riceve ed a cui abbiamo accennato, per quanto sembrino riguardare unicamente i suoi bisogni fisici, in realtà appagano anche bisogni psico-affettivi del neonato.
Per un altro autore , John Bowlby l’attaccamento è una ” tendenza, presente nel piccolo dalla nascita e facente parte della dotazione innata della specie umana, a ricercare e a mantenere la vicinanza alla figura di accudimento. Si tratterebbe di una ’’pulsione’’ sociale primaria, non secondaria” .
 Spitz  ha osservato che l’assenza di contatto nei primi mesi di vita può portare alla morte, come è accaduto in alcuni casi di ospedalizzazione. A questo proposito, Bowlby sottolinea l’importanza del contatto fisico tra bimbo e caregiver, con questa affermazione :’’Dire che un bambino è attaccato a, o dire che ha un attaccamento con, equivale a dire che egli è fortemente predisposto a ricercare la vicinanza e il contatto con una specifica figura di attaccamento e fa ciò in particolari situazioni più specificamente quando si sente angosciato, spaventato, stanco o malato’’Â
Nel 1958, Bowlby presenta il suo primo articolo The Nature of the Child’s Tie to His Mother, nel quale si assiste alla prima esposizione della teoria dell’attaccamento, che utilizza in modo considerevole i contributi etologici. Secondo l’autore, nel patrimonio genetico del neonato, si trovano risposte istintuali che si sviluppano nel corso del primo anno di vita, come il succhiare, l’aggrapparsi, il seguire, il sorridere e il piangere, e che si organizzano nel comportamento di attaccamento diretto ad una specifica figura materna durante il secondo semestre del primo anno.Il piangere e il sorridere vengono utilizzati dal bambino per evocare le risposte della madre, mentre il succhiare, il seguire e l’aggrapparsi vengono usate dall’infante per ottenere e mantenere il contatto e la vicinanza con la figura di attaccamento .
Questi schemi comportamentali si integrano progressivamente e danno origine al comportamento di attaccamento, che si manifesta maggiormente durante la prima infanzia, e che può riemergere, in caso di difficoltà lungo tutto il ciclo della vita .
Bowlby sintetizza così la sua teoria:”Nei primi mesi di vita del piccolo umano matura un complesso e ben equilibrato corredo di risposte istintuali, la cui funzione è quella di assicurare sufficienti cure parentali per la sopravvivenza. A tal fine il corredo comprende le risposte che consentono al bambino la più stretta vicinanza con un genitore e le risposte che richiamano l’attività parentale
I comportamenti di attaccamento si riferiscono al dato osservabile postulato dalla teoria di Bowlby e svolgono un’importante funzione adattiva, poiché fanno parte di un sistema comportamentale finalizzato a garantire al bambino la vicinanza fisica con l’adulto, condizione necessaria per la sua sopravvivenza. I comportamenti di attaccamento sono geneticamente predeterminati, e si organizzano attorno ad una figura di riferimento verso i sei mesi di vita del bambino.Queste condotte vengono attivate in alcune situazioni particolari (malattia, separazione fisica, stanchezza etc. ) e vengono eliminate o mitigate dalla vicinanza della figura di attaccamento.
I comportamenti di attaccamento si dividono in distali (piangere e seguire) e prossimali (sorridere, succhiare e aggrapparsi) e hanno lo scopo di “assicurare al piccolo la prossimità e il contatto con al madre e quindi, parlando in termini biologici, la sicurezza di essere protetto.
L’attivazione dei comportamenti di attaccamento non è causata solo da fattori esterni, ma dipende anche dalla poca disponibilità della madre, che può essere reale o apparente. Se la figura materna non interviene in caso di pericolo, il bambino ne cerca subito la vicinanza. Inoltre, si deve tenere presente che la ricerca della prossimità alla figura di attaccamento diventa poi pressante quando un bambino si anticipa mentalmente che la madre non sarà responsiva alle sue richieste di contatto ( e di protezione ) e non offrirà l’aiuto richiesto
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In particolare, i comportamenti di attaccamento si manifestano in modo intenso e regolare nella maggior parte dei bambini fino ai tre anni di età , mentre in seguito si attenuano anche se saranno presenti per tutta la vita e verranno riattivati in momenti particolarmente difficili dell’esistenza del soggetto.
Gli effetti devastanti di una separazione prolungata dalla madre possono essere attenuati dalla presenza di altri familiari come i fratelli, o dall’essere accuditi sempre dalla stessa persona. Inoltre, Bowlby ipotizza che l’angoscia da separazione raggiunge un livello eccessivo in situazioni famigliari negative, dove i genitori minacciano di abbandonare o rifiutano il bambino, oppure in caso di malattia o di perdita di un genitore o di un fratello di cui il bambino si sente responsabile.
Nella relazione di attaccamento, è importante la qualità del legame instaurato dal bambino con il caregiver. Se la figura di accudimento è disponibile e responsiva, il bambino acquisirà fiducia in sè e nel mondo che lo circonda, se il caregiver è anaffettivo o incoerente il bambino diventerà insicuro e ansioso nei rapporti affettivi. Ispirandosi a Freud, Bowlby sostiene che le prime relazioni di attaccamento saranno il modello sul quale si struttureranno le successive relazioni sociali, sottolineando l’importanza delle risposte del caregiver ai segnali del bambino.
La teoria dell’attaccamento, formulata da John Bowlby e arricchita negli ultimi due decenni dai contributi di molti ricercatori, ha fornito una cornice teorica di estrema rilevanza per gli studi che si occupano della qualità delle relazioni genitore-bambino, mettendo in luce come la propensione a stringere relazioni emotive, sia nell’infanzia sia nell’età adulta, sia una componente fondamentale della natura umana con importanti funzioni biologiche.
Le modalità di attaccamento sviluppate dai bambini vanno a costruire la base per la costruzione dei modelli operativi interni della relazione di attaccamento instaurata con il caregiver, che influenzerà la visione dl mondo e il modo di agire.I modelli operativi interni sono modificabili e possono essere rielaborati , in base alle esperienze che il soggetto farà e alle persone che incontrerà .

Bowlby (1975) concepisce il modello operativo interno come una rappresentazione interna che il soggetto ha del mondo, delle proprie figure di attaccamento, del proprio Sé e delle relazioni che collegano queste diverse rappresentazioni.
La storia relazionale del bambino è caratterizzata dagli incontri con più figure di attaccamento così che i primitivi ’’working models’’ evolvono nel tempo, non solo in relazione al modificarsi del rapporto con le figure parentali, ma in relazione alla necessità di integrare le nuove esperienze relazionali che possono risultare qualitativamente diverse tra di loro.
Pertanto, il modello operativo interno deve contenere delle rappresentazioni molteplici riguardanti non solo le esperienze vissute con la figura di attaccamento, ma riferite anche a concetti del Sé, derivati da questi eventi .
Secondo Bowlby, il bambino costruisce delle rappresentazioni mentali in grado di raffigurare con sufficiente coerenza l’insieme delle esperienze vissute nelle relazioni interpersonali con i caregivers che si prendono cura di lui. Queste rappresentazioni funzionerebbero come dei veri e propri modelli di comportamento, continuando ad agire nel corso del successivo sviluppo. Pertanto, i modelli operativi interni non sono semplici raffigurazioni o introiezioni passive dell’esperienza passata, sono invece elaborazioni attive e possono subire degli aggiustamenti, che avvengono con difficoltà , perché una volta organizzati agiscono al di fuori della coscienza, resistendo anche a forti cambiamenti.
Il termine ’’operativo’’ indica che la rappresentazione è un processo dinamico, mentre con l’espressione ’’modello’’ si intende l’origine relazionale della struttura delle rappresentazioni, cioè che cosa il bambino può sperare di ottenere dal proprio caregiver e dall’ambiente in cui vive .
Nell’individuo, i rapporti con le figure di attaccamento causano la formazione di modelli operativi interni sempre più complessi, sia dei caregivers sia del Sé. Se le esperienze precoci sono state vissute con un caregiver rassicurante, il bambino percepirà e vivrà gli altri, come persone disponibili, e sarà caratterizzato da uno stile di attaccamento ’’sicuro’’.
Nel caso in cui la figura di attaccamento non sia stata sufficientemente responsiva o si sia dimostrata inaccessibile, si strutturerà nel bambino un modello mentale del Sé, vissuto come indegno di essere amato, e un modello della figura di attaccamento, percepita come inaffidabile. In questo caso, lo stile di attaccamento sarà caratterizzato dall’insicurezza.
In conclusione,nell’ambito della relazione di attaccamento, l’adulto offre la sua disponibilità affettiva ed emotiva, mentre il bambino può ricercare la vicinanza, il contatto fisico o conforto, quando ne sente la necessità . La relazione instaurata dal bambino con la madre e le altre figure di riferimento avrà una grande influenza sul suo futuro sviluppo, poiché questo legame costituirebbe il prototipo su cui verrebbero costruite le relazioni future.

Dott.ssa Caraccio Elena

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La creativitÃ

Settembre 11th, 2006 by minerva

La creatività è la capacità di prendere spunto dalla fantasia per realizzare qualcosa di nuovo nella realtà . Alla luce di quanto abbiamo detto prima, la fantasia e la creatività sono due aspetti del pensiero estremamente complessi.

La fantasia non ha limiti di tempo di spazio, di convenzioni, non ha freni inibitori, non è soggetta a censure nei momenti oscuri della vita sociale. Basta chiudere gli occhi e “con la fantasia” siamo in grado di viaggiare nel tempo e nello spazio, di inventarci situazioni piacevolissime o di prefigurarci momenti terrificanti; nello spazio di qualche frazione di secondo con la nostra mente, con le nostre capacità fantastiche siamo capaci di diventare re o regine dell’universo, di atterrare sulla luna.

 La fantasia è una capacità fondamentale che in misura variabile è presente in ogni essere umano, ed è viva soprattutto durante l’infanzia. I bambini sono in grado di organizzare giochi con materiali poveri ed intrattenersi per ore giocando al “fare finta di “, oppure in brevissimo tempo, possono elaborare collegamenti fantastici tra fatti apparentemente scollegati e diversi tra loro.

Verso gli otto mesi, il bambino oltre ad affinare i movimenti fini e grossolani impara a fare uso dell’immaginazione. Il piccolo impara che gli oggetti possono anche esistere nella sua mente, e che non scompaiano solo perché non sono visibili (permanenza dell’oggetto). Il bimbo capisce che anche le persone possono trovarsi altrove senza scomparire. Perciò, il piccolo protesterà quando la sua mamma andrà via, ma si tranquillizzerà più in fretta perché può immaginarla e sa che tornerà .

Dai 18 mesi in poi, il bimbo non usa più gli oggetti solo per sperimentare , ma crea situazioni nuove , mettendo in scena i suoi vissuti e i suoi sentimenti. Fanno la loro comparsa i giochi di finzione, dove una scatola del dentifricio diventa un treno, oppure un coperchio diventa un volante da corsa.

La creatività è distribuita in misura molto minore della fantasia, poiché oltre ad una buona capacità intellettive richiede una notevole abilità organizzativa.Infatti, la creatività è la capacità di ogni essere umano di realizzare concretamente le sue fantasie, utilizzando ovviamente la tecnologia del suo tempo.

Guilford sostiene che la creatività deriva da tre forme di pensiero : fluido, flessibile e originale. La fluidità di pensiero è definita come la capacità di fornire ad una domanda o ad un problema più risposte o soluzioni, prese nello stesso ambito. La flessibilità di pensiero è la capacità di fornire risposte prese in ambiti diversi. L’originalità viene considerata la capacità di dare risposte uniche e rare.

Per esemplificare questo concetto , alla domanda “ Dimmi quali cose conosci di colore verde?�  :

a)     chi risponde :“ Erba, alloro, zucchine, verse, fagiolini, alberi� evidenzia un pensiero molto fluido (molte risposte ) ma poco flessibile ( tutte le risposte sono riferite ad uno stesso ambito : la flora);

b)     chi afferma : “ Lo smeraldo , il pesto alla genovese, la divisa militare� possiede meno fluidità di pensiero rispetto al soggetto precedente (meno risposte) , ma ha una flessibilità di pensiero maggiore (tutte le risposte derivano da ambiti diversi) ;

c)     chi decide di rispondere “Una delle strisce orizzontali della bandiera lituana� dà probabilmente una risposta originale ( a meno che non sia originario della lituania stessa!);

d)     chi diceâ€? Il colore della mia auto,la camicia di mio padre) fornisce una risposta nulla ,perché i dati forniti derivano dalla sua esperienza personale e non da categorie conosciute e condivise  da tutti.    Â

Essere creativi è diverso dall’essere eccentrici. Una persona creativa può essere eccentrica oppure no.

In ambito scolastico, gli insegnanti che chiedono agli studenti di essere creativi , di pensare con la propria testa commettono un grave errore. La creatività non può essere interpellata a comando ! Gli alunni dovrebbero essere liberi di sperimentare le loro intuizioni, le loro ipotesi per capire se sono valide oppure no. Permettere ad un bambino o un adolescente di vivere la sua creatività significa superare il metodo della lezione frontale, e passare a sperimentare concretamente e realizzare i progetti che vengono proposti dagli studenti.

Il pensiero creativo è collegato all’immaginazione che sollecitata ne rinforza lo sviluppo . occasioni di immaginazione che stimolano l’evoluzione della creatività si ritrovano : nell’ascolto e produzione di musica, nella realizzazione di attività manipolative, grafiche e pittoriche, nella lettura.

Dott.ssa Caraccio Elena

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Il bullismo: le vittime e i prepotenti

Luglio 7th, 2006 by minerva

Il bullismo : le vittime e i prepotenti

In età scolare le relazioni tra i bimbi sono amichevoli o neutre,mentre alcune interazioni possono risultare ostili o aggressive. Possiamo parlare di relazione bullo-vittima: quando un soggetto o un gruppo di soggetti molesta ripetutamente o reca danno fisico o psicologico ad un altro. Si parla di bullismo quando si riscontra la ripetizione dell’atto aggressivo o delle molestie sia verbali, fisiche o psicologiche, e la natura asimmetrica della relazione bullo - vittima: da una parte c’è il prepotente e dall’altra chi subisce le molestie senza riuscire a difendersi.
In un normale conflitto tra pari non si superano mai determinati limiti, vi sono controversie , si può litigare ma alla fine si giunge o meno ad un accordo, con uno scambio di opinioni. Non si persegue lo scopo di prevaricare l’altro a tutti i costi. Se non si giunge ad un chiarimento ci si allontana dal conflitto oppure si soprassiede, permettendo a ciascuno di mantenere il suo punto di vista , senza per questo essere sviliti o beffeggiati.

Il bullismo è caratterizzato da : 1) desiderio di ferire e dominare la vittima, 2) mancanza di compassione e di comprensione del disagio che si arreca alla vittima, 3) gli atti di violenza sono prolungati al fine di annientare la vittima distruggendo la sua autostima, 4) il bullo è la persona forte e aggressiva che sottomette la vittima più debole fisicamente, o più giovane, 5) la vittima è sensibile alle prese in giro, è debole, non si sa difendere, e non sa a chi chiedere aiuto, poiché gli altri temono rappresaglie dai bulli.
L’autostima della vittima si disgrega a poco a poco, può sfociare in depressione, asocialità , rifiuto della scuola, tentativo di suicidio o al contrario la vittima si può trasformare a sua volta in aggressore.
Si riscontra un bullismo diretto : percosse , spinte , derisione, insulti, razzismo,danneggiamento degli oggetti della vittima; vi è anche un bullismo indiretto: esclusione intenzionale dal gruppo, isolamento sociale, pettegolezzi infondati sulla vittima.
Quando sono presenti condotte di bullismo , i genitori e gli educatori devo arginare questo problema e evitare che sussistano, poiché i giovani bulli da adulti potrebbero compiere prepotenze sui loro figli e sul parthner. Oltre a rischiare di diventare adulti violenti, i giovani bulli sono a rischio di condotte antisociali e devianti.
Alcuni ricercatori sostengono che il bullismo è più diffuso nelle scuole elementari e medie inferiori, mentre con l’aumentare dell’età si assiste ad una diminuzione della frequenza con una maggiore radicalizzazione in un numero ristretto di casi come forma stabile di disagio individuale.
Qualche caratteristica del bambino prepotente: a) solitamente in famiglia assiste a litigi o ad episodi violenti, b) può anche avere genitori anafettivi che non si occupano di lui, c) di solito sceglie come vittime soggetti più gracili, di un’altra razza, disabili, o con qualche difetto fisico (orecchie a sventola, obesità , etc.).
I bambini che diventano vittime : a) non sempre comunicano agli adulti di subire angherie dai compagni, b) possono rifiutarsi di andare a scuola, c) manifestano comportamenti fobici o ansiosi, d) parlano poco di ciò che accade a scuola, e) hanno pochi amici, f) sono infelici, insoddisfatti, a volte faticano a dormire, h) si inventano continue scuse per lividi, graffi , abiti strappati, oggetti smarriti.
I genitori possono intervenire quando pensano che il figlio è vittima del bullismo : a) parlando agli insegnanti che devono essere messi al corrente della situazione e intervenire tempestivamente, b) ascoltando il figlio e cercando di capire le sue paure e cosa gli sta succedendo, c) cercando di aumentare la sua autostima iscrivendolo ad un corso di difesa personale, oppure insegnadogli a non rispondere agli insulti in modo da non dare soddisfazione a chi lo stuzzica, d) in ogni caso devono spiegare al bimbo che non ha colpa se è oggetto di bullismo da parte dei compagni., e) spiegare che cosa è il bullismo e far presente al bimbo che non è l’unica persona ad esserne vittima, f) rassicurare il bimbo e cercare di fare trovare a lui le possibili soluzioni al suo problema.
È importante rivolgersi ad uno psicologo se per vostro figlio questo è un problema continuativo piuttosto che occasionale. Aiuterete così il vostro bambino ad affrontare questo fenomeno e a sconfiggerlo.

Dott.ssa Caraccio Elena

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GENITORI E FIGLI : COME COMUNICARE?

Maggio 27th, 2006 by minerva

Genitori e figli: come comunicare?

Ultimamente sono usciti dei libri molti interessanti nei quali sono contenute delle frasi che vengono usate erroneamente dai genitori e che hanno un impatto molto pesante sulla psiche dei bimbi. I bimbi vedono la loro fiducia interiore indebolita da commenti dannosi che sono mine vanganti all’interno della loro personalità . Frequentemente queste perle di saggezza vengono ripetute molte volte al bimbo al fine di insegnarli l’educazione , il senso del dovere.  E se ci pensiamo un attimo le frasi usate ci sono state dette dai nostri genitori ,e noi le stiamo usando inconsapevolmente “per raddrizzare ” i nostri figli.
Possiamo cambiare tutto ciò facendo attenzione a non dire parole nocive , e utilizzando invece frasi che possono aiutare i bambini a capire le regole , ma anche ad essere felici e a costruirsi un futuro autonomo e sereno
Quando si dice “La vita non è tutta una passeggiata o un divertimento”, il messaggio che passa la bambino è che è disdicevole divertirsi , non gli si insegna certo il senso del dovere.
A volte al limite dell’esasperazione per la condotta dei figli i genitori si lasciano scappare un ” Non combinerai mai niente di buono!”, che fa parte del repertorio dell’autosvalutazione. A forza di sentirselo ripetere, il bambino finirà per perdere fiducia in sé e credere di essere un perdente. Un tipo di svalutazione indiretta si ritrova in espressioni come “Io, alla tua età …”. Il bambino si sente un perdente , paragonandosi al genitore.
Si possono ottenere risultati migliori attraverso la gratificazione affettiva, che è molto più incisiva della critica.
 Il genitore deve esprimere il suo disagio di fronte al figlio utilizzando frasi dirette come “Io sono molto arrabbiato con te perché non hai fatto i compiti. Se ti sbrighi a farli e smetti di fare i capricci più tardi gioco con te al pallone”.
Il terreno della violenza verbale involontaria riguarda anche i sensi di colpa.
Premettendo che un genitore dovrebbe amare incondizionatamente  un figlio, frasi come ” Lo dico per il tuo bene …. ” e ” Con tutto quello che faccio per te … ” agiscono in modo subdolo facendo leva sulla paura di perdere l’affetto del genitore.
Dai sensi di colpa passiamo alle minacce del tipo ” Se continui a fare il cattivo, papà e mamma non ti vogliono più bene” oppure ” Se non la smetti chiamo papà “. Si possono fare rispettare le regole senza mettere in dubbio l’affetto di un genitore per il figlio. Il genitore presente in quel momento deve sanzionare la marachella , limitando magari la visione della tv o altre attività che piacciono al bambino.
Un altro ricatto da evitare è quello del tipo “Mangia se vuoi che mamma e papà siano contenti di te”. L’educazione alimentare non può basarsi su un ricatto affettivo: il cibo è una cosa , l’amore un’altra.
Attenzione a non sovraccaricare il bambino di responsabilità con dei  ” Conto su di te” oppure ” Sei il fratello maggiore devi dare il buon esempio”. Se il bimbo non riesce a raggiungere cosa noi chiediamo si sente un fallito che ha deluso i genitori. Magari si può richiedere la sua collaborazione con frasi tipo “Mi aiuteresti a …” .
Infine la regina di tutte le frasi che ci siamo sentiti dire tutti e che di certo ripeteremo almeno una volta nella vita ai nostri figli ” Ti dico che è così perché sono tua madre!”
Buona riflessione a tutti!

DOTT.SSA CARACCIO ELENA

Psicologa

caraccio@psichehelp.comÂ
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Il lettone : l’isola che non c’è

Marzo 26th, 2006 by minerva

Il lettone : l’isola che non c’è

Accogliere il proprio bimbo nel lettone è una situazione che è capitata ad ogni genitore, sia di propria iniziativa sia su richiesta del bambino stesso.
Quando il bambino è molto piccolo l’esigenza di contatto fisico con i genitori è totale, e il lettone rafforza l’attaccamento al seno rendendolo un momento sereno e gioioso.
Pertanto la permanenza nel lettone per le poppate può essere consentita anche se è meglio che il bambino possieda uno spazio tutto suo nella camera dei genitori, e dorma nella culla o nel lettino. Bisogna segnalare che il neonato nel lettone può anadare incontro a soffocamento o può essere schiacciato inavvertitamente dai genitori mentre dormono.
Dai dodici mesi, le esigenze del bambino cambiano e i genitori devono favorire la sua autonomia incominciando a metterlo a dormire da solo nella sua cameretta. Se il bambino continua a dormire nel lettone si instaura un’abitudine che è poi difficile da cambiare e che ha ripercussioni sull’intimità di coppia e sul ritardo di autonomia del bambino.
Se si abitua il bambino a dormire da solo, si contribuisce ad aumentare la sicurezza in sé e ad affrontare serenamente l’ansia della separazione dalla mamma. Al contrario, più il bambino prolunga la permanenza nel lettone , più si ha un ritardo nel raggiungimento dell’autonomia personale e minore è la capacità di affrontare serenamente le separazioni dai genitori.
Più il bimbo cresce più è difficile mutare le abitudini che ha acquisito, senza il rischio che faccia i capricci. I genitori devono affrontare questa scelta con serenità ed essere d’accordo, perché il bambino reagirà al cambiamento con le lacrime e solo la fermezza dei coniugi riuscirà a convincerlo al cambiamento.
Quando il bambino sarà lasciato da solo a dormire e piangerà , i genitori dovranno lasciarlo sfogare per periodi di tempo determinati sempre maggiori. Si parte con un intervallo di cinque minuti che andrà aumentato di sera in sera, il bambino dovrà essere rassicurato invogliato a prendere sonno , e salutato dai genitori. La cosa importante è che il papà e la mamma devono essere determinati e che non cedere portandolo con loro nel lettone. Nel caso in cui cedessero l’unico messaggio che manderebbero al figlio è che con i capricci riesce ad ottenere ciò che vuole.
Se il bimbo dovesse essere inconsolabile, il genitore può andare a confortarlo, senza cedere alla tentazione di prenderlo in braccio.
È consigliabile : a) lasciare una luce di cortesia accesa nella stanza del bimbo , b) permettergli di tenere i suoi pupazzi preferiti nel lettino, c) leggere una fiaba , d) mettere un cd di musica rilassante o di ninna-nanna, d) evitare giochi troppo agitati prima della nanna, e) non dargli da mangiare prima di dormire.
È molto importante svolgere sempre lo stesso rituale prima di andare a dormire , poiché ciò rassicura il bambino : 1) bisogna metterlo a letto sempre alla stessa ora, 2) dargli il bacio della buona notte , 3) creare un’atmosfera rilassante , che non incuta timore o ansia al piccolo.
Ci possono essere alcune eccezioni e dare il permesso al bimbo di venire nel lettone quando: è malato, quando ha fatto un brutto sogno ( anche se dopo addormentato è consigliabile riportarlo nel suo lettino), alla domenica mattina per giocare con la mamma e il papà .
Se è arrivato un nuovo fratellino che dorme nella stanza dei genitori, bisogna spiegare al bimbo più grande che la mamma deve allattare il piccolo e che per un po’ la situazione sarà questa, ma che appena il fratellino sarà cresciuto un po’ andrà a dormire nella cameretta con il fratello maggiore.

Dott.ssa Caraccio Elena
www.psichehelp.com
caraccio@psichehelp.com
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CURRICULUM VITAE

Marzo 18th, 2006 by minerva

Salve, sono la Dott.ssa Elena Caraccio, sono una Psicologa ad indirizzo clinico e di comunità , e consultando il mio sito  www.psichehelp.com potrete accedere al servizio di consulenza psicologica on line, analisi del disegno infantile e test dello scarabocchio per adulti e bambini.

Ecco il mio curriculum vitae:

� Sono psicologa volontaria al Consultorio Familiare di Saluzzo � Sono iscritta all’Albo dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte

 Mi occupo di varie aree di intervento in ambito clinico quali: la scuola, l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la famiglia.

 I miei interventi si concretizzano attraverso :

â—? la consulenza psicologica e il sostegno a persone singole, coppie , famiglie e istituzioni

� la somministrazione e l’interpretazione di test psicologici

â—?la consilenza psicologica on line , analisi del disegno infantile, test dello scarabocchio per adulti e bambini e realzizzazione di articoli psicologici. Questi servizi sono reperibili sul mio sito www.psichehelp.com

Chi mi volesse contattare può farlo tramite posta elettronica accedendo al mio sito www.psichehelp.com.

Dott.ssa Caraccio Elena

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